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Ridimensionamento della vita sociale, lavorativa e umana. È stato questo l’effetto della pandemia da Covid19 che ha trasformato anche la dimensione urbana delle smart city su scala globale.

Nei precedenti articoli abbiamo parlato della realtà del 5G nel 2020 e di come Il Covid-19 cambierà il modo di costruire.

Il digitale con le sue infrastrutture tecnologiche hanno, in un certo senso, salvato il mondo in questi lunghi mesi di lockdown.

Non parliamo infatti di solo di connessioni sui social network, ma il digitale ha permesso alle scuole di stare in aula a distanza, alle aziende di adottare lo smart working e tutta una serie di attività che sarebbero state messe, sicuramente ed ancora di più, a dura prova.

Continua a leggere l’articolo per scoprire di più!

Coronavirus e Smart City

Ragionando di Coronavirus, ci sono alcuni fattori da considerare per quel che riguarda le smart city; esse tendono ad essere sicuramente più aperte e connesse e incentivate da soluzioni cooperative con altre metropoli.

Non bisogna però ridurre il concetto di smart city al puro aspetto tecnologico di cui sono dotate. La diffusione capillare e a volte troppo invadente di telecamere, sensori e droni, hanno sì agevolato alcune tecniche di controllo da parte degli addetti ai lavori, ma allo stesso tempo hanno acceso alcune polemiche circa la violazione della privacy.

Lo stesso sta succedendo per la prossima diffusione dell’app “Immuni”, il software tecnologico di tracciabilità scelto dal governo italiano per monitorare i contagi da coronavirus sulla penisola, e che sarà attiva già nella prima decade di giugno.

L’enorme massa di dati che si produce, ogni secondo, sul web e sulle app più svariate, deve essere gestita in maniera da non ledere la riservatezza e le personalità degli individui. Per questo il ministero italiano dell’Innovazione ha già pubblicato, su apposita piattaforma, i documenti sul funzionamento della stessa app Immuni.

Ponendo lo sguardo fuori dai confini nazionali, sono degne di nota le amministrazioni locali di Barcellona e Madrid, ad esempio, perché hanno sposato ed attuato alla lettera i concetti di sovranità digitale e city data commons. Come ci sono riusciti? Hanno elaborato e diffuso, piattaforme aperte, con software liberi ovviamente sotto il controllo pubblico, per incentivare ed incrementare la partecipazione dei cittadini al processo decisionale. Queste metropoli iberiche hanno proposto e messo in pratica la definizione di smart city che si articola in sei ambiti: governance, economy, mobility, environment, people e living.

Cosa abbiamo imparato e cosa dovremmo aspettarci dopo il Covi19?

Dopo il Covid19 dovremmo convivere con la paura del controllo, perché sarà utile per evitare la diffusione di un secondo contagio. Si parla così del modello Wuhan che dovrebbe monitorarci in modo inedito, osservando sia i comportamenti “social” che reazioni “sociali” e fisiche come la temperatura corporea, il nostro stato di salute etc.

Oltre che di smart city, necessitiamo soprattutto di smart planning, cioè di progettazione, di pianificazione, di politiche che siano più intelligenti e adattabili, e questo già si sta verificando in questo periodo per il settore del lavoro e dell’istruzione.

Lo smart working e l’eLearning hanno preso di posto dei termini telelavoro e didattica a distanza. Il concetto di smart working, in realtà, abbraccia il significato di un lavoro praticato in flessibilità, che sia diviso tra sede dell’azienda e spazi di coworking, ovvero spazi comuni di lavoro.

Considerazione a parte merita il concetto di didattica a distanza, l’eLearning per intenderci. In una città smart, intelligente e veloce, anche l’istruzione tradizionale deve essere ripensata, deve viaggiare al passo con la tecnologia e i tempi dei fruitori, allievi digitali.

Non si deve pensare ad una didattica di emergenza, come questa che si è diffusa in quest’ultimi mesi e che ha toccato i banchi di tutte le scuole mondiali. La didattica online, con aule virtuali, dovrebbe essere il modello educativo del futuro, diffuso per fornire e supportare necessità formative di tutti, in una nuova visione sociale dell’apprendimento.

Servono spazi integrati tra scuole, servono ambienti digitali ma servono soprattutto le infrastrutture, le vie di comunicazione che possano permettere tutto questo.

Proprio questo ci ha insegnato il Coronavirus, abbiamo testato e conosciuto il nostro grado di “smartness”. Abbiamo compreso, gestito e riflettuto sull’importanza delle relazioni dei sei ambiti delle smart city, come la governance sia strettamente connessa all’economy, che a sua volta deriva dalla mobility data dal living del people.

Nuovi occhi, sicuramente più smart, per questa nuova era!

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